Condividi su:

Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su email

Essere un’imprenditrice in Italia

L’Italia è il paese dell’Unione Europea con il tasso di occupazione femminile più basso (56,5%): eppure le imprenditrici italiane figurano come ‘’ prime della classe’’. Sono più competenti, danno vita ad imprese più solide e con una più intensa relazionalità. Gli economisti suggeriscono alle donne di diventare più innovative e virare verso le competenze STEM.

In Italia la presenza femminile nelle giovani società innovative è quasi inesistente. Eppure alcune ricerche internazionali rivelano che le startup fondate anche da donne hanno maggiore probabilità di ricevere investimenti rispetto a quelle costituite da soli uomini. E altri studi sostengono che le donne sono più adatte a individuare i bisogni del mercato e a coglierne le opportunità. 

La pandemia iniziata nel 2020 ha purtroppo aumentato la disparità di genere. Da uno studio realizzato da Accenture e Quilt.AI insieme a Women20 (W20), è emerso che la diffusione del Covid-19 ha ulteriormente allargato il gap tra uomini e donne, generando una dilatazione del tempo necessario per raggiungere la parità di genere: ci vorranno altri 51 anni per ultimare il cammino, dal 2120 al 2171.

guadagni delle donne sono diminuiti del 63% più velocemente rispetto a quelli degli uomini, con un declino medio del reddito femminile di oltre il 16% rispetto a poco più del 10% degli uomini.

Come se non bastasse, dall’analisi emerge che le donne hanno il 79% di probabilità in più di essere licenziate rispetto ai colleghi maschi: una disparità spesso determinata dal fatto che la popolazione femminile è impiegata maggiormente in settori vulnerabili alla chiusura delle attività e che registra una presenza inferiore a quella maschile nei livelli più alti dei percorsi di carriera.

Alla domanda «Che cosa si può fare allora per promuovere l’imprenditoria femminile?» molti esperti rispondono che si può, per esempio, intervenire sulla formazione, incoraggiando bambine e ragazze ad acquisire competenze STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Ebbene il suggerimento è quindi quello di abbandonare i settori in cui le donne raggiungono i migliori risultati per dedicarsi a carriere considerate più “maschili”. 

Infatti i settori a maggior presenza di donne sono quelli legati al Wellness, alla Sanità e assistenza sociale, alla Moda, all’Istruzione, Turismo e Cultura. 

Come attestano i dati di Unioncamere e InfoCamere diffusi a marzo 2018, soltanto un’attività su cinque è guidata da una donna. Tuttavia, rispetto al 2016, sono state iscritte al Registro delle Camere di commercio quasi 10mila imprese femminili in più, e quasi 30mila in più rispetto al 2014.

Le società di capitali condotte da donne, infatti, sono aumentate di quasi il 17% nel 2017 rispetto a tre anni prima. Invece le società di persone e le imprese individuali – che restano, comunque, la forma giuridica più diffusa nell’universo imprenditoriale femminile – si stanno progressivamente riducendo. Le donne imprenditrici sono aumentate in 14 regioni su 20, in particolare in Sicilia, Lazio, Campania e Lombardia. Quasi la metà del saldo complessivo si deve all’aumento delle imprese femminili attive nel settore turistico e nelle altre attività dei servizi, soprattutto servizi alla persona.

Uno degli ostacoli più alti per le imprese femminili si chiama credito. È basso il ricorso al credito bancario (solo il 20% delle imprese “rosa”), vuoi anche per un sentimento di scoraggiamento aspettandosi un rifiuto da parte della banca (8% nel caso femminile contro il 4% negli altri casi).

Quando le imprese femminili chiedono credito, molto spesso quello erogato non è adeguato o la richiesta non viene accolta. Ciò anche perché il sistema bancario chiede alle imprese femminili maggiori garanzie reali, di terzi, di solidità finanziaria e di crescita economica. 

Oltre al credito, le altre difficoltà si chiamano fisco (dichiarata dal 49% delle imprese femminili), burocrazia (37%) e andamento negativo dell’economia (21%).

Non bisogna perdere di vista il fatto che dietro alle difficoltà delle imprese femminili si nasconde un forte potenziale, fatto di una maggiore volontà da parte di esse, rispetto alle altre imprese, di valorizzare le competenze ed esperienze professionali, di una più diffusa presenza di laureati (41% vs 38% la quota di imprese con occupati laureati), di una più intensa relazionalità (3,81 vs 3,58 il numero medio di stakeholder con i quali un’impresa intrattiene rapporti). Un potenziale che però è ancora inespresso, perché come già visto, le imprese femminili fanno meno innovazione (56% vs 59%), sono meno digital-oriented ad export-oriented (9% vs 13% la quota di imprese che operano all’interno delle Catene globali del valore).

Condividi su:

Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su email

News simili