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Bye Bye Quota 100

Quota 100 terminerà il 31 dicembre 2021 lasciandoci in eredità un aumento della spesa pubblica e una politica pensionistica sempre più allo sbando. Dal 1° gennaio 2022 dovrebbe tornare in vigore la riforma Fornero, a meno che il Governo Draghi non proponga una riforma alternativa. Nel frattempo, l’età pensionabile continua ad allungarsi.

70 anni. È questa l’età alla quale andrò in pensione, secondo le stime dell’INPS. Significa – sempre che a 70 anni ci arrivi viva e vegeta – che mi aspettano altri 40 anni di lavoro dopo i quali forse altri 10 in cui avrò ancora le forze per godermi la vecchiaia prima di finire in una casa di riposo.

Da quando mi sono trovata di fronte a questi numeri immensi hanno iniziato a balenarmi nella mente tantissime domande. Anzitutto, che cosa mi aspetta nei prossimi 40 anni di lavoro? Quante nuove sfide, quanta gioia, quanta frustrazione? In che stato fisico e di salute arriverò alla pensione? Ha senso che mi privi di tot centinaia di euro al mese per assicurarmi una pensione complementare? 

A parte le considerazioni che ciascuno può fare sulla propria vita, mi piace ricordare che se siamo arrivati a questo punto ci sono delle motivazioni e delle responsabilità, squisitamente politiche. Dal secondo dopoguerra all’inizio degli anni Novanta, infatti, il modello pensionistico italiano si è caratterizzato per le generose misure espansive che hanno portato all’aumento della spesa pubblica per pensioni ponendo le radici dei problemi che oggi conosciamo.

Le riforme meno popolari, dette sottrattive, invece, hanno avuto inizio con il governo Amato nel 1992 e sono giunte all’apice nel 2011 con la ben nota riforma Fornero. Non perché l’Italia abbia conosciuto vent’anni di governi illuminati, ma semplicemente a causa di vincoli esterni e di necessità cogenti. I governi seguenti hanno adottato nuovamente riforme espansive: a partire dal 2016, con la riforma Renzi-Poletti, fino a Quota 100, disegnata dal governo a guida Movimento 5 stelle – Lega Nord e sperimentata nel triennio 2019-2021.

Nonostante l’ottimismo della prima ora di Di Maio e Salvini, già prima della chiusura del triennio il bilancio di Quota 100 non è affatto roseo. Ad oggi la riforma è costata 6 miliardi e continuerà a incidere negativamente sulla spesa pubblica fino al 2035 per circa 3,2 miliardi l’anno (0,2 punti percentuali di Pil). Anche la speranza di Salvini che ad ogni pensionato subentrasse un giovane disoccupato è andata in frantumi: il tasso di sostituzione è stato pari allo 0,45% (meno di mezzo nuovo lavoratore per ogni persona che è andata in pensione).

Quota 100 terminerà il 31 dicembre 2021, data dopo la quale dovrebbe tornare in vigore la riforma Fornero (che era stata sospesa), a meno che nel frattempo il Governo Draghi non riesca a proporre un’alternativa nella prossima legge di bilancio. Come se non bastasse, Quota 100 è stata bocciata sia dalla Corte dei Conti sia dall’Ocse. Quest’ultima, in particolare, ha ricordato che l’ingente spesa in pensioni va a sottrarre risorse alla spesa in investimenti, ostacolando la crescita e arrecando danni alla popolazione più giovane.

Non ci si può infatti esimere dal citare l’aspetto demografico. Già altrove abbiamo scritto che l’Italia è il paese europeo con il più alto numero di anziani, l’età media più elevata e un tasso di natalità molto basso all’1,27% (rispetto a una media europea dell’1,51%). Ciò significa che l’indice di dipendenza economica dei pensionati è già squilibrato e lo diventerà in misura maggiore nei prossimi anni, quando una quota di lavoratori sempre più ristretta dovrà sostenere una popolazione anziana troppo numerosa.

Cosa possiamo fare? Poco, se non esserne coscienti e tentare, tramite la politica, di riparare ai danni di chi ci ha preceduti. La nostra generazione dovrà comunque convivere con la consapevolezza che, nella situazione demografica attuale – che non è destinata a cambiare, la pensione sarà un traguardo distante a cui forse sarebbe meglio non pensare. Più concretamente, invece, sarebbe più opportuno che facessimo il possibile per svolgere un lavoro che ci piaccia e che ci accompagni lungo la nostra vita professionale.

Infine, se siamo qui a parlare di pensioni non è solo perché la Politica, dal secondo dopoguerra fino ad oggi, ha dimostrato di non avere alcuna visione di lungo periodo, ma anche perché gli elettori hanno dato il loro consenso a chi, di elezione in elezione, prometteva la politica pensionistica più vantaggiosa. Quanti voterebbero una forza politica che nel proprio programma elettorale sostiene un sistema pensionistico sottrattivo? 

E qual è il peso elettorale della popolazione più giovane danneggiata dalle manovre espansive? Ecco, appunto.

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