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Riders: Dall’algoritmo alla lotta per i diritti

Continuiamo a esplorare la situazione lavorativa dei riders: dalle implicazioni dell’algoritmo alle nuove forme di caporalato, dalle manifestazioni nazionali fino alle organizzazioni sindacali informali sorte negli ultimi anni e divenute portavoce delle esigenze dei lavoratori.

Per diventare rider è sufficiente possedere uno smartphone, una bicicletta o uno scooter, essere maggiorenni e poter lavorare in Italia. Un lavoro potenzialmente alla portata di chiunque, ma proprio per questo motivo altamente precario, scarsamente tutelato e a basso reddito

L’algoritmo

Ne abbiamo sentito parlare quasi in termini complottistici, ma di cosa si tratta? Ogni azienda di Food Delivery opera attraverso una piattaforma digitale che, servendosi di un algoritmo, organizza il lavoro e, di fatto, gestisce a tutto tondo il rapporto con il lavoratore. Un algoritmo è una formula matematica che agisce in base a parametri specifici impostati dall’azienda e le cui logiche non vengono di norma svelate in fase di assunzione.  

È una app, quindi, a gestire il rapporto di lavoro e a stabilire per ciascun rider la frequenza e il numero delle consegne effettuabili. L’algoritmo assegna infatti a ogni ciclofattorino un punteggio calcolato intrecciando più parametri come il ranking reputazionale (quindi la soddisfazione del cliente) e altri elementi di produttività tra i quali l’efficienza delle consegne, la disponibilità e la velocità di risposta.

Se la possibilità di lavorare viene stabilita da una formula, va da sé che le persone che più si trovano in una situazione di bisogno faranno di tutto per ottenere punteggi elevati. Ma per aumentare l’efficienza spesso si finisce per violare le regole della strada, e la velocità di risposta si tramuta in un aumento del rischio e della probabilità di incidenti stradali, a volte anche mortali. 

Ma chi ha la necessità di lavorare in una condizione tale al punto da mettere a rischio la propria vita? Gli ultimi, i più indifesi, quelli che lavorano nella gig economy perché non hanno alternativa, e che per nessun motivo possono rischiare di perdere una consegna o di essere danneggiati dal ranking dell’algoritmo. Perfino in caso di malattia alcuni riders, pur di non retrocedere nel punteggio, preferiscono cedere il proprio account a terzi che possano continuare a lavorare e a tenere attivo il loro profilo. 

I nuovi schiavi 

Per questa sottomissione all’algoritmo, per i salari molto bassi e le scarse tutele in tema di misure antinfortunistiche e di sicurezza stradale i riders sono stati definiti – e taluni si autodefiniscono – “i nuovi schiavi” del XXI secolo

Non è un caso se in questo contesto si siano diffuse anche forme di caporalato di cui spesso finiscono vittima immigrati senza permesso di soggiorno che, pur di lavorare, accettano licenze in subaffitto al costo di minori compensi, regimi punitivi e assenza totale di tutele

Su questo fenomeno e sulla situazione generale dei riders hanno indagato diversi tribunali, tra i quali anche la Procura di Milano che, dopo diversi incidenti stradali, ha deciso di esaminare con più attenzione il rapporto di lavoro arrivando a stabilire che esso debba essere ritenuto di tipo subordinato, e non autonomo come invece previsto di norma dalle piattaforme. L’indagine si è conclusa a febbraio 2021 comminando ammende per 733 milioni di euro alle società Uber Eats, Glovo, JustEat e Deliveroo per violazione di norme sulla salute e sulla sicurezza sul lavoro.

La lotta e la rappresentanza

L’operato dei sindacati tradizionali, nonostante i loro sforzi e le dimostrazioni di solidarietà, sembra non essere percepito in modo sufficientemente autorevole dai lavoratori del food delivery e della gig economy in generale. Questo vuoto di rappresentanza è stato colmato da diverse organizzazioni sindacali informali – come Riders Union Bologna e Roma o Deliverance Milano – che operano a livello locale nelle maggiori città italiane e che si sono fatte portavoce delle esigenze dei lavoratori. Proprio queste organizzazioni sono state promotrici delle manifestazioni e degli scioperi avvenuti negli ultimi mesi, citiamo per esempio il “No Delivery Day” che ha avuto luogo il 26 marzo 2021 in più di trenta città italiane. Ironia della sorte, secondo la normativa vigente (D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81 modificato dalla L. 2 novembre 2019, n. 128) solamente le sigle sindacali considerate autorevoli e altamente rappresentative possono stringere accordi collettivi specifici in deroga alla legge in questione, escludendo di fatto le rappresentanze minori più vicine al paese reale. 

Per superare la gig economy

È comunque necessario ricordare che non tutti i riders si considerano schiavi e che stiamo analizzando un universo eterogeneo. Pur trovandoci di fronte a un potenziale esercito di lavoratori di riserva a cui non viene richiesta qualifica alcuna, dobbiamo constatare che molti ciclofattorini svolgono questa attività durante gli studi, come secondo lavoro o perché momentaneamente disoccupati, usufruendo positivamente della flessibilità e ritenendosi soddisfatti dei propri guadagni. Al contrario, i lavoratori più insoddisfatti, anche a livello salariale, sono coloro che lavorano unicamente nella gig economy e che quindi soffrono maggiormente delle situazioni descritte in precedenza

Grazie alle indagini della magistratura, alle manifestazioni e alle prese di posizione dal basso, negli ultimi mesi la situazione normativa e contrattuale si è evoluta, lasciando però molti nodi irrisolti.

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