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Dentro la Gig Economy: il caso dei riders

L’espansione del mercato del food delivery a cui abbiamo assistito nel corso della pandemia ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica le condizioni di lavoro dei riders. Ma chi sono questi lavoratori e come si collocano all’interno della gig economy? È davvero possibile raccontare la loro esperienza in modo univoco?

A causa – e per merito – dei cambiamenti di stile di vita imposti dalla pandemia, nell’ultimo anno il tema della trasformazione del lavoro è entrato con forza nel dibattito pubblico. L’esplosione del mercato dell’e-commerce e, nello specifico, del food delivery, ha riacceso il confronto sulla diffusione della gig economy puntando i riflettori sulle condizioni di lavoro dei riders. In questi mesi abbiamo assistito alle loro manifestazioni, alla negoziazione di contratti collettivi più o meno condivisi e abbiamo potuto conoscere meglio la loro realtà scoprendo un mondo decisamente più complesso di quello che avremmo immaginato. 

Che cos’è la gig economy?

Chiamata anche “economia dei lavoretti”, è un modello economico che si basa sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo gestito tramite piattaforme digitali che fungono da intermediarie nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Secondo la classificazione più diffusa, le tipologie di lavori che ricadono nell’ambito della gig economy possono essere raggruppate in tre categorie:

  1. Lavoro on-demand tramite piattaforme globali – come Deliveroo, Uber, BeMyEye, Lyft, Foodora – che operano localmente e che includono diverse attività tra le quali la consegna di cibo a domicilio. 
  2. Crowdwork, o “lavoro della folla”, svolto da freelance e professionisti che, sempre tramite piattaforme che operano globalmente, offrono prestazioni più o meno professionali ma sempre occasionali. Alcuni esempi: UpWork, Freelancer, Amazon Mechanical Turk o Twago.
  3. Asset rental, vale a dire l’affitto e il noleggio di beni e proprietà. In questo caso il cliente non chiede una prestazione lavorativa, ma la possibilità di utilizzare, dietro pagamento, un bene o servizio altrui. Sono note le piattaforme BlaBlaCar e AirBnB.

Nel 2018 la Fondazione Debenedetti ha condotto la prima indagine sul lavoro autonomo in Italia, dedicando particolare attenzione al mercato della gig economy. Quell’analisi, contenuta nel Rapporto INPS 2018, è ancora uno dei pochi riferimenti statistici autorevoli che permettono di descrivere il fenomeno. 

Quanti sono i lavoratori gig? All’epoca erano l’1,59% della popolazione in età attiva, in termini assoluti si trattava di circa 589-753mila individui. Di questi, i riders rappresentavano il 12% del totale.

L’indagine evidenziava già l’esistenza di una polarizzazione tra i lavoratori: mentre la maggior parte di essi lavorava per un numero limitato di ore dichiarandosi soddisfatta dell’attività svolta, dall’altro lato vi era anche una minoranza da tempo attiva nella gig economy che invece avrebbe preferito accedere ad altre tipologie di lavoro. Questa dicotomia è stata confermata di recente nel comparto dei riders.

Riders e Food Delivery

Ci sono buone ragioni per ritenere che il numero dei riders sia aumentato significativamente durante la pandemia. Nel 2020, infatti, il mercato del digital food delivery ha registrato una crescita notevole arrivando a rappresentare il 20-25% del settore delle consegne a domicilio (nel 2019 era il 18%). Con picchi di utilizzo nei periodi di lockdown, nell’ultimo anno circa il 66% degli italiani ha fatto uso di una app di food delivery.

Ma chi sono i riders? Sempre nel 2018, l’INPS ha potuto analizzare le condizioni lavorative dei riders di Deliveroo e Foodora. Di questa analisi ci interessa evidenziare quanto segue: 

  • I riders sono per la maggior parte individui giovani che considerano la loro attività come fonte integrativa di reddito per scopi di breve o medio termine. Il turnover è quindi molto elevato. 
  • Sebbene i lavoratori siano mediamente soddisfatti, uno su due vorrebbe una posizione lavorativa più stabile e con maggiore co-responsabilità aziendale in termini di formazione professionale, pagamento dei costi di manutenzione del mezzo di trasporto, etc.

Allo stesso tempo, l’indagine ha messo in evidenza che tra i lavoratori ci sia una scarsa consapevolezza delle forme di tutela disponibili (polizza per la responsabilità civile per danni contro terzi, accesso alla Gestione Separata dell’INPS, copertura in caso di infortuni sul lavoro). Si tratta tuttavia di tutele minime che non sono equiparabili a quelle di un lavoratore dipendente e che lasciano molti nodi irrisolti.

Lavoro autonomo o schiavitù?

I lavori proposti nella gig economy sono generalmente caratterizzati da alta flessibilità e scarsità di tutele, al punto che parte dell’opinione pubblica è arrivata addirittura a identificarli con il concetto di schiavitù. L’universo dei lavoratori gig, e nello specifico dei riders, è però disomogeneo e composto da persone che vivono la propria condizione in modo fortemente diverso: dallo studente universitario alla persona che consegna cibo a domicilio come secondo lavoro che considerano positivamente la flessibilità imposta dalle piattaforme, fino al disoccupato o al lavoratore da anni intrappolati nell’algoritmo dell’economia gig che invece vorrebbero uscirne o, per lo meno, godere di maggiori tutele. Nei mesi appena trascorsi il dibattito si è arricchito e la contrattazione collettiva ha fatto diversi passi avanti per quanto concerne il riconoscimento dei diritti dei riders. 

Ma questa è una storia di cui parleremo più avanti.

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